Parente di Chinaski.
Questa ossessione del raccontare me la porto dietro fin da bambino. Più per conseguenza che per scelta. Non avevo tanti amici e bla bla bla. Di questa cosa ne ho già parlato altre volte e fare la vittima per buttarci dentro una morale, almeno a questo giro, te lo risparmio.
Anche se i comandamenti dello storytelling ti impongono di ficcarci dentro un dramma, un villain, un rompimento di coglioni da risolvere, c’è pure la scuola di pensiero secondo cui se navighi tenendo una certa rotta, da qualche parte prima o poi arrivi. È quello che mi ripeto. Tanto drammi, villain e rompimenti di coglioni arrivano di default.
Ho iniziato da teenager a girare cortometraggi inguardabili, per poi prendermi sul serio con gli spot pubblicitari, locali prima e nazionali poi, da poco più che ventenne. Tutto questo in provincia, dove nessuno ti dice mezza volta bravo, e quello è il meno. Guai a sognare in grande, altrimenti aspettati il sabotaggio. Maledetti. Ma in fondo pure benedetti, che tanto senza hater le storie nascono già ingolfate, come dicevo prima.
“Ma come ci campi?” Questa invece è stata la domanda che mi ha perseguitato ogni santo giorno da quando ho iniziato a lavorare con YouTube e davo l’impressione di essere il tizio più libero del pianeta. “La libertà non è poter pagare un conto”, cantava il mio amico Lorenzo Cantarini. “O comprare l’auto nuova, ma poi perdersi il tramonto”. Diciamo che se paghi il conto, compri l’auto e ti godi pure il tramonto, oltre alla tua libertà, magari non hai rotto il cazzo in giro. Perché la libertà è un attimo confonderla col mettersi a contare gli uccellini fuori dalla finestra, ammazzarsi di canne e fare l’alba alla PlayStation.
Preferisco una libertà in cui sai quello che fai e sai quello che non fai e quando alla fine tiri la riga non sputi in faccia al te stesso ragazzino. Quello che ogni tanto salta fuori per ricordarti che nella vita, oltre a drammi, villain e rompimenti di coglioni vari, tocca pure divertirsi a lavorare.
Ho dedicato tutta la vita al mio lavoro. Qualunque lavoro io abbia fatto. Questa è la pura verità, vostro onore. Ma pure una palla colossale, a me il disonore. I miei lavori li ho sempre affrontati con una prepotente urgenza espressiva. Supercazzole da stagista del marketing all’aperitivo sui Navigli del venerdì sera a parte, aggiungo che quando ho iniziato a pompare video su YouTube sapevo già che quella era la rotta da seguire in modo ossessivo per approdare non so dove. È tutta una sacrificante lunga rotta, proprio come nel romanzo di Moitessier, La lunga rotta. Navighi, ti rompi le palle, tiri fuori l’atto di coraggio e alla fine approdi altrove.
E ormai portare avanti un progetto in modo ossessivo, raggiungere l’ennesimo limite, dargli la priorità sul pranzare o sul lavarmi e ridurmi a uno straccio per sedici e passa ore di fila davanti a uno schermo, è una roba a cui sono ben rodato. E posso dire senza vergogna che mi piace pure. Perciò, nell’ultimo anno ho scritto il mio nuovo romanzo, che poi è anche il mio primo romanzo. Nell’era del remote working sono rimasto immobile sullo stesso divano per quasi un anno. Dal risveglio fino a quando non crollavo dal sonno col MacBook che si schiantava sul pavimento. Una sorta di autoipnosi che mi portava a martellare sulla tastiera, carattere dopo carattere, punti, invii e a capo, per dare una struttura a un racconto. Poi Command + Shift + C per contarle, queste parole, e decidere quando fermare il flusso di pensieri per non torturare il lettore. Invece, nell’era della content creation, dentro l’era del remote working, è da matti pensare di scrivere romanzi e sperare di camparci. Adesso che ne ho sfornato uno, nessuno mi chiede più come guadagno e mi sale il crimine perché vorrei proprio spiegarlo come non guadagno. Mi fa spaccare che si dia per scontato che gli autori tirino fuori davvero dei soldi da questa brutta abitudine di scrivere libri. Roba da tornare volentieri a far YouTube solo per rispondere alla domanda su come si guadagna e guardare le espressioni incuriosite o divertite, non l’ho mai capito.
Ho sempre amato scrivere per costruire qualcosa di narrativo che potesse avere un impatto nella vita di chi guarda, di chi ascolta o di chi legge. Scrivere, riprendere, montare e scrivere di nuovo per buttarci sopra un voice-over. Ma se farlo per un video è uno sport, farlo per un libro è roba da Olimpiadi. E ci ho messo un bel po’ a capire che dovevo davvero tornare all’ABC dei tempi verbali, a dove piazzare le virgole, a come tirare in piedi una storia che incastri in modo coerente luoghi e personaggi. Un casino.
Per dire, se vuoi cacciare fuori una storia di narrativa contemporanea e non ti chiami Stephen King, puoi provare a buttarti sull’autofiction. Che in soldoni consiste nel romanzare i fatti tuoi. Non è una biografia, ma manco pura fantasia. E siccome pure Bukowski ci sguazzava (pace all’anima sua... anche se Parente mi sputerebbe in un occhio, dicendo che l’anima non esiste e nei romanzi non ci deve proprio entrare), ho preso il suo Chinaski come reference per trovare il coraggio. Chi è Chinaski? Vatti a recuperare Bukowski. E chi è Parente? Non un mio parente, per fortuna. E manco un parente di Vasco Rossi, anche se ha scritto un romanzo intitolato Parente di Vasco. È uno scrittore italiano fenomenale, che gode a provocare. A me ha ribaltato lo stomaco col primo suo libro che mi è capitato tra le mani, ovvero Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler. Per me è un romanzo da cinque stelle su cinque. Uno degli ultimi che ha sfornato prima di svalvolare e recludersi in casa in preda alla depressione. Dopo aver letto altri due dei mattoni di Massimiliano Parente, mi ci sono affezionato e, da che ci sentivamo solo in videochiamata, siamo finiti a incontrarci dal vivo.

Lui si autoproclama il più grande scrittore italiano di tutti i tempi e io gliela do per buona. Se la storia dovesse dargli ragione, potrò sempre flexare di aver avuto il migliore come maestro. E come ben sappiamo, l’allievo supera sempre il maestro.
Comunque sia, ho sputato fuori 55.000 parole per un mattoncino di 240 pagine, con una copertina che, se non altro, fa la sua porca figura e arreda bene. È ispirato a fatti veri, ma luoghi e facce li ho piallati e ritoccati per non tirarmi addosso rotture di palle, villain o drammi reali e legali.
Molti sostengono di aver letto il mio miglior lavoro di sempre, superiore a tutti i video che ho mai fatto. Quindi le cose sono due. O prima facevo cagare e non me ne rendevo conto, oppure questo libro merita di chiamarsi romanzo senza il solito bollino che piuttosto mi sotterro “sì vabbè, l’ha scritto quel tizio di YouTube, vende due copie e poi sparisce”.
Ho scritto questo romanzo con amore, anima, sole, e cuore. Giusto per far incazzare Parente.
Affondare con stile ha già smazzato presentazioni in otto città italiane. Le date sono andate da dio, i feedback pure troppo carucci e, come mi urlava la signora bulgara della pasta fresca sotto la mia vecchia casa in centro a Milano, “Fatemi una bella recensione! 5 stelle, su!”.
Da venti giorni sono inchiodato al primo posto su Amazon tra i titoli più venduti nella categoria vela, roba che ti si appiccica addosso l’etichetta “Bestseller” e all’improvviso ti senti parente di Chinaski.
Non è la solita storiella partorita perché non avevo un cazzo di meglio da fare. Volevo lasciare un pezzo di me al mondo, metti caso che scoppia una bella guerra cybernucleare e saltano tutti i server di Google o di Meta. La carta dovrebbe resistere per millenni. Quella riciclata che usano oggi francamente non lo so, ma vabbè, alla fine la giostra si ferma lo stesso, no?
Il libro lo trovi ovunque. Online su Amazon, in digitale su iPhone, Kindle, Apple Books o Google Libri. Oppure nelle solite catene tipo Mondadori, Feltrinelli, Libraccio, Giunti e via dicendo. Ma pure dal libraio indipendente sotto casa tua. In genere è brava gente e magari ci scappa anche la chiacchierata.
Se non sei solito entrare in libreria, vai dove ci sta scritto NARRATIVA e spulcia sotto la lettera E e cerca una copertina rossa. E sta per Emalloru.
Ah, ultima roba. Ogni tanto nascondo dei dollari caraibici in mezzo alle pagine. Non ti prometto miracoli, ne ho mollati pochi in giro, ma è pur sempre una caccia al tesoro.
E come dicevo all’inizio, questo viaggio voglio spararmelo senza frignare contro gli ostacoli. Così, se proprio mi tocca affondare, lo farò con stile.



ecco, e adesso mi sono incastrata con Parente. Da quale comincio?
@Emalloru una domanda, Chinasky chitarrista dei Linea77, lo pseudonimo di Bukowski o Seymour Chinawsky (My name is Tanino)?